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Ed è curioso come giudizi sui siciliani e rappre­sentazioni dell'uomo siciliano conservino, a distanza di cinque o di dieci o di venti secoli, una loro validità e verità : da Cicerone ("gente acuta e sospettosa, nata per le controversie") a Scipio di Castro ("la lor na­tura è composta di due estremi, perché sono som­mamente timidi, sommamente temerarj "), a Giovanni Maria Cecchi ("altieri, e dove non è differenza gran­de di titolo, non si cedono l'uno all'altro; ardenti amici e pessimi inimici, subbietti ad odiarsi, invidiosi e di lingua velenosa, di intelletto secco, atti ad ap­prendere con facilità varie cose; e in ciascuna loro operazione usano astuzia"); da Argisto Giuffredi, pa­lermitano, autore di un malnoto libro di Avvertimenti

cristiani da cui vien fuori, nel secolo XVI, quello che possiamo dire l'uomo verghiano, a Giovanni Verga appunto; da Antonello personaggio, e pittore di per­sonaggi, a Pirandello a Brancati a Lampedusa. E anzi l'esplicito astoricismo del Lampedusa, il suo prendere e lasciare l'uomo siciliano per come sempre è stato e per come sempre sarà, nasce proprio dall'apparen­za e illusione di una inalterata e inalterabile conti­nuità del 'modo di essere' siciliano. Perché altro non può essere che apparenza, che illusione, una così in­defettibile continuità, una così assoluta refrattarietà alla storia di quella parte della realtà umana che chiamiamo Sicilia, che pure è situata nel crogiuolo della storia.

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